Le parole fra noi

A Mario Lunetta, in suo ricordo

di Leopoldo Attolico

SUMMER TONF ovvero TUTTI AL MARE

Se fate mente locale

converrete che legato a doppio filo

con la fisiologia lunatica dei versi

c'è sempre lo stupore analfabeta degli invano.

E' lì, e noi ce lo guardiamo

implosi e circospetti, come un reperto lavico

fiottato dal cervello, sfrontato sortilegio

confitto in un riverbero d'assenzio

cui piace sempre di esser corteggiato ...

Poi, quando si rinnova la scommessa

col verso sciagurato

e si è metabolizzata la stralunata ameba,

arriva puntuale il carico da otto

a ribadire l'osceno contropelo:

non è più questione d'amore o disamore

e l'impossibile fiaba d'assolutezza amorosa

deflagra silenziosa nella biro

come quando cade un Governo in Italia a Ferragosto:

tra disimpegno e fervore vacanziero

un tonfo troppo sordo per sentirsi

ed essere sentito

La Musa, abbandonata sul maggese

è rimandata a settembre in italiano


A OSVALDA, DOPO TANTO TEMPO

Quando dalla tua gengiva campagnola

parte un fonema che non mi raggiunge più

e una segreta pena mi riporta al retrogusto di gioventù

-di rondine svolata sorridente

per ammicco di nuvole e ginestre scapricciate

che non ritrovo più, allora Osvalda -credi-

mi fai vedere le stelle nell'accezione becera e pedestre

che solo i calci negli stinchi sanno dare:

mi metti a terra, inerme; ed il tappeto verde

(la tua tendresse così lo fa sembrare)

di volta in volta può essere angolo acuto

glamour di catrame, il lascito di un cane

l'olio dell'Avvocato, comunque e sempre un dito alzato

a ribadire in gloria "Ma guarda dove dovevo capitare,

ma porcaccia miseria!". Tu allora, ilare e un po' tirannosaura,

scosciando formidabile ti butti e mi avviluppi

come un quadro di Klimt, m'investi col tuo morbido

e in area di rigore, dove la saliva si blocca,

mi sussurri anabasica "Cosè successo? Dimmelo ..."

Poi accade all'improvviso come quando al telefono del sogno

s'interrompe la linea: io non ti vedo e ti vedo due volte,

dubito dell'oculista, guizzo per la tangente

sull'onda di un juke box, riscopro le caldane

che ti mettevano in fuga, e per strizza (*) fottuta

faccio il Sisifo formato ragioniere

partendo in simultanea su due partite doppie parallele:

tu, l'altra, il desiderio, la fuga, le ciambelle col buco,

i cipressi che a Bolgheri, tutto un diorama di saldi tetroattivi

in pessimo connubio con le tue gambe non più disarcionabili,

non più interlocutori, ma immensi perentori bradisismi

sull'orlo di un imbuto

Si va così, con calma forsennata

come due esploratori orfani della bussola:

si perde il baricentro, il punto di riferimento,

il centro dell'epicentro, tutto si disfa ahinoi, ma, all'opposto

TUTTO PUO' ANCORA DIVENTARE CENTRO!

E infatti, di lì a poco, da chissà quale altrove,

un tuo dispaccio breve mi fionda in Paradiso:

" Guarda laggiù Leopo', con tutto quel sole

la pagina di un libro mossa dal vento!

Perché non ci scrivi su qualcosa?"


(*) strizza: paura, in romanesco